venerdì 20 luglio 2012

Mostre: esposte le “Mummie di Roccapelago”

E’ stata una delle più singolari scoperte degli ultimi anni , protagonista ora della mostra “Le Mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell’Appennino modenese allestita fino al 14 ottobre nel museo e nella Chiesa di Roccapelago.
Una fossa comune con 281 inumati, di cui circa 60 mummificati, sepolti dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, rinvenuta nel gennaio 2011 durante i restauri della chiesa. Scoperchiato il soffitto della cripta, era apparsa una piramide di corpi accatastati uno sull’altro, una montagna di ossa, pelle, tendini e capelli ancora avvolti in sacchi-sudari, con camice, calze, cuffie e piccoli oggetti d’uso quotidiano. Ora la mostra curata da Giorgio Gruppioni e Donato Labate espone 13 di quelle mummie e circa 150 tra i reperti più significativi rinvenuti nello scavo, cercando di raccontare la vita di  quella piccola comunità montana di 40, 50 individui al massimo vissuti abbarbicati sul loro cocuzzolo, a 1095 metri di altitudine.
Studiando i loro resti vari esperti stanno ricostruendo la loro vita, scoprendo le abitudini dei contadini, le vesti , i modi di sepoltura, la dieta, le malattie, i traumi e i tentativi di cura. Le informazioni più struggenti vengono dalle cure applicate alle salme, amorevolmente preparate dai propri cari prima dell’inumazione.
I capelli delle donne erano acconciati con trecce e chignon o raccolti in cuffie, le mani intrecciate in atto di preghiera o adagiate sull’addome, i polsi e le caviglie legati per mantenerli uniti, i menti fasciati per evitare che la bocca si spalancasse.
Come nei giorni di festa, le si adornava con anelli, orecchini, collane o bracciali, gioielli semplici, in linea con il tenore di vita della comunità, mai in metallo prezioso.

martedì 17 luglio 2012

La città "perduta” dei Vichinghi


Un team archeologico ha riportata alla luce, nella Germania settentrionale, una cittadina dell'VIII secolo.
Potrebbe essere la base militare vichinga di Sliasthorp, descritta per la prima volta nell’804 d.C. nei documenti del Sacro Romano Impero.
Questo l’annuncio degli archeologi al lavoro negli scavi di Füsing, vicino al confine con la Danimarca.
Sia che si tratti della città che fu usata dai primi re scandinavi come base militare, o di altra città, secondo gli archeologi il sito offre un serie di importanti testimonianze  relative all’organizzazione militare e alla pianificazione urbanistica della civiltà vichinga.
Fin’ora gli scavi, iniziati nel 2010, hanno riportato alla luce trenta edifici; le immagini aeree e i rilevamenti geomagnetici tuttavia indicano la presenza di altri duecento edifici, tra cui spicca una casa comune lunga trenta metri e larga nove.
L’edificio sembra recare i segni di un violento attacco: punte di frecce sono state rinvenute nelle pareti carbonizzate, inoltre è stato ritrovato un tribolo, arma di ferro con più punte che veniva posata a terra per ferire i nemici che vi finivano sopra:
Sono stati inoltre ritrovati gioielli, perline di vetro, monete d’argento e monili.
Secondo i resoconti dell’804 d.C. Sliasthorp era una base militare del sovrano Gotrik, noto anche come Godfred o Gudfred, che all’inizio dell’VIII secolo ristrutturò e rimise in funzione il Danevirke ( un sistema di fortificazione lungo una trentina di chilometri costruito attorno al 700 d.C.), per fronteggiare la minaccia dell’espansione dell’impero franco.